Capitolo X
Lo so, direte che questa è la storia di una nevrosi, la cartella clinica di un’ ostrica malata che però non riesce nemmeno a fabbricare la perla. Direte che se finora non mi hanno mangiato le formiche, di che mi lagno, perché vado chiacchierando?
E’ vero, e di mio ci aggiungo che questa è a dire parecchio una storia mediana e mediocre, che tutto sommato io non me la passo peggio di tanti altri che gonfiano e stanno zitti. Eppure perché mediocre a me sembra che valeva la pena di raccontarla. Proprio perché questa storia è intessuta di sentimenti e di fatti già inquadrati dagli studiosi, dagli storici sociologi economisti, entro un fenomeno individuato, preciso ed etichettato. Cioè il miracolo italiano.
Un ubriaco muore di sabato battendo la testa sul marciapiede e la gente che passa appena si scansa per non pestarlo. Il tuo prossimo ti cerca soltanto se e fino a quando hai qualcosa da pagare. Suonano alla porta e già sai che sono lì per chiedere, per togliere. Il padrone ti butta via a calci nel culo, e questo è giusto, va bene, perché i padroni sono così, devono essere così; ma poi vedi quelli come te ridursi a gusci opachi, farsi fretta per scordare, pensare soltanto meno male che non è toccato a me, e teniamoci alla larga perché ormai puzza di cadavere, e ci si potrebbe contaminare. Persone che conoscevi si uccidono, altre persone che conosci restano vive, ma fingono che non sia successo niente, fingono di non sapere che non era per niente una vocazione, un vizio assurdo, e che la colpa è stata di tutti noi. Fai testamento, ci scrivi chi vuoi a seguire il tuo carro, come vuoi il trasporto, ti raccomandi che non ti facciano spirare negli scantinati, ma poi, a ripensarci, vedi che questa tua ultima volontà è fatta soltanto di rancore beffardo. Poiché l’ impresa non era abbastanza redditizia, pur di chiuderla hanno ammazzato quarantatre amici tuoi, e chi li ha ammazzati oggi aumenta i dividendi e apre a sinistra.
Tutti questi sono i sintomi, visti in negativo, di un fenomeno che i più chiamano miracoloso, scordando, pare, che i miracoli veri sono quando si moltiplicano pani e pesci e pile di vino, e la gente mangia gratis tutta insieme, e beve (il fatto fu uno solo, anche se il dottor Giovanni scinde e sposta la storia del vino nella località di Cana). Mangiano e bevono a brigate sull’ erba, per gruppi di cento e di cinquanta. Mangiano, bevono e cantano, stanno a sentire la conferenza e appena buio, sempre lì sull’ erba, come capita capita, fanno all’ amore. Il conferenziere si è tirato in disparte con i suoi dodici assistenti, e discorre con loro sorridendo. E’ un dottorino ebreo, biondo, sui trent’ anni.
I miracoli veri sono sempre stati questi. E invece ora sembra che tutti ci credano, a quest’ altro miracolo balordo: quelli che lo dicono già compiuto e anche gli altri, quelli che affermano non è vero, ma lasciate fare a noi e il miracolo ve lo montiamo sul serio, noi.
E’ aumentata la produzione lorda e netta, il reddito nazionale cumulativo e pro capite, l’ occupazione assoluta e relativa, il numero delle auto in circolazione e degli elettrodomestici in funzione, la tariffa delle ragazze squillo, la paga oraria, il biglietto del tram e il totale di circolanti su detto mezzo, il consumo del pollame, il tasso di sconto, l’ età media, la statura media, la valetudinarietà media, la produttività media e la media oraria al giro d’ Italia.
Tutto quello che c’è di medio è aumentato, dicono contenti. E quelli che lo negano propongono però anche loro di far aumentare, e non a chiacchiere, le medie; il prelievo fiscale medio, la scuola media e i ceti medi. Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l’ automobile l’ avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore ciascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici automatiche, tre apparecchi radio, il rasoio elettrico, la bilancina da bagno, l’ asciugacapelli, il bidet e l’ acqua calda.
A tutti. Purché tutti lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, a tafanarsi l’ uno con l’ altro dalla mattina alla sera.
Io mi oppongo.
Commento e recensione.
Intendo cominciare a commentare l’ opera di Bianciardi da questo estratto poiché lo ritengo il sunto del suo atto d’ accusa verso la società tutta, promovente un certo sistema di relazioni umane che solo un malinteso concetto di sviluppo può scambiare per progresso.
In effetti il secolo da due lustri trascorso aveva, al suo inizio, suggestionato l’ intera umanità con le”belle epoque”: termine piuttosto generale che preconizzava l’ inizio di una nuova era. Un’ era in cui l’ incredibile portata e velocità dello sviluppo tecnologico avrebbe, in prospettiva, sollevato l’ Uomo da ogni sofferenza terrena. L’ incondizionata fiducia nella tecnologia aveva portato nel giro di pochi anni uno sconvolgimento negli usi e nei costumi dei popoli, persino la comunicazione e l’ immaginario collettivo di ciò che era possibile fare mutò: ad iniziare dai primi vaccini per malattie allora considerate mortali come il tifo per proseguire con l’ incredibile sistema di comunicazione a distanza inventato da Guglielmo Marconi, dei primi voli dei prototipi dei fratelli Wright o per non parlare del telefono di Bell.
Un altro aspetto, più importante forse per questo scritto, fu un’ ulteriore automazione introdotta nei processi produttivi ed industriali che portò con sé la fine della seconda guerra mondiale, e la conseguente ricostruzione e rimodernamento che subì l’ Italia nei successivi anni. Se ne palesano gli effetti nel libro, ad esempio, quando l’ autore ricorda la storia commovente della miniera di Montemassi, laddove la produzione di lignite, non essendo più competitiva sui mercati, fu aumentata tagliando i tempi e i costi per la sicurezza, andando incontro all’ inevitabile tragedia; oppure quando ne descrive gli effetti alienanti sui lavoratori, ed in particolare sulle segretarie.
Tutto questo deve aver avuto una qualche tipo d’ influenza diretta sull’ autore-narratore, a partire dalla formazione della sua particolare sensibilità, dall’ educazione ricevuta dai genitori e se non proprio direttamente, per lo sfondo in cui viene a muoversi, per le convinzioni delle persone con cui viene a contatto. E lo dice lui stesso all’ inizio del paragrafo in esame, che proprio poiché la sua storia non si discosta dalla media, tanto più vale la pena raccontarla in quanto già prevista, conosciuta, incardinata dagli studiosi e quindi le sue meccaniche evidenti, attuali ed ineludibili.
Se all’ inizio del paragrafo l’ autore si schernisce è solo per introdurre i motivi della sua profonda prostrazione. Le parole in questo passo umiliano, incalzano la coscienza del lettore da ogni lato, lasciando una sola via d’ uscita dignitosa: un sorriso amaro nel constatare la mistificazione lessicale che la maggioranza ha adottato, dimenticandosi persino del Cristo.
Mi rendo conto che a terminar qui si darebbe l’ idea di un Bianciardi moderno “luddista”, nemico del progresso, contro il capitalismo o addirittura comunista, ma è sbagliato, e lasciate che ve ne spieghi il perché.
Nel dover decidere quale parte del libro fosse, a mio parere, più rilevante ero indecisa tra questa ed un’ altra; della quale mi colpì lucidità e profondità di pensiero. In essa l’ autore parte da una domanda quasi innocua, e cioè come si determini in maniera oggettiva la bravura di un lavoratore appartenente al terziario. Se, ad esempio, la quantità di prodotti ottenuti è sufficiente a valutare la bravura di un falegname o di un operaio, che cosa può misurare il talento di un pubblicitario o addirittura di un prete? La risposta porta, seppur per altra via, ad agganciarsi alla seconda e ultima parte di quello che ho chiamato “atto d’ accusa verso la società tutta”.
Per l’ autore, infatti, per ottenere successo in codesto settore occorre essere dotati di attitudini politiche, e così come la politica ha smesso d’ essere la scienza del buon governo per diventare arte della conquista del potere così l’ unica cosa che conta è la rapidità con cui ci si arrivi e per quanto tempo lo si mantenga. E il metodo per far ciò è fare le scarpe al prossimo, non essendoci nessun altro metro di giudizio sulla bontà dell’ operato.
E’, infatti, tutto lì il significato ultimo del suo prendersela con tutto ciò che di medio, mediano e mediocre aumenti; non c’è traccia di odio diretto verso tutto ciò che semplifichi la vita o dia benessere reale, questa ostilità, se c’è, deriva dall’ amarezza nel constatare l’ asservimento totale, incondizionato e anche inconsapevole delle persone alla logica dell’ attivismo, completamente acritiche di fronte alla sostituzione del fine col mezzo.
Nel suo complesso il componimento fila via piacevolmente, anche se la commistione tra diversi tipi di linguaggi senza un’ adeguata scansione sintattica a volte coglie impreparati: l’ autore infatti incastona nel corpo del testo frasi in dialetto, periodi in altre lingue e persino paragrafi da testi che sta traducendo per lavoro, senza alcuna continuità logica, almeno apparente. Il testo tratta, sostanzialmente, dell’ inverno tra il 1961 e il 1962 trascorso a Milano dall’ autore, attraverso tre traslochi e l’ inevitabile interazione con vari personaggi, alcuni lasciati sullo sfondo grigio, come ad esempio gli ultimi due padroni di casa, ed altri portati in primo piano, non tanto per lo spazio concesso, ma per la profondità del rapporto umano instaurato: il consigliere Otello Tacconi, che pure gli ordinò un ingrato compito, o della prima padrona di casa, la signora De Sio, con le sue due figlie malmaritate per casa.
Incontra quasi immediatamente una donna che diventa sua fidanzata, giacché una moglie egli ha già da mantenere e, nel costante raffronto con le difficoltà della vita, di salute ma soprattutto economiche della coppia, progressivamente emerge il ruolo consolatorio del sesso. Niente sfugge al confronto, al dialogo, al mutuo soccorso ma pare che per l’ autore, e le citazioni non si contano nell’ arco di tutto il libro, non ci sia nulla di più liberatorio del coito.
Bianciardi tiene fede alla promessa fatta qualche pagina prima quando asserì, se provvisto di tempo e mezzi, di toccare tutta la tastiera – i bianchi e i neri – della sensibilità contemporanea e di cantare l’ indifferenza, il conformismo e lo spleen.
Concludo riportando tre frasi dell’ autore in merito a quest’ opera ed al successo che ebbe alla sua pubblicazione, che a mio giudizio aiutano a capire esattamente il senso biografico della composizione e ne valorizzano la portata.
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“In quanto a me, riesco finalmente a lavorare un po’ meno; sono riuscito a scrivere un libro, che ritengo la mia cosa migliore. Calvino ne è entusiasta, e lo pubblicherebbe anche subito. Si intitola La vita agra, ed è la storia di una solenne incazzatura, scritta in prima persona singolare.”
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“Oramai sto girando come un rappresentate di commercio, ho battuto i marciapiedi dell’ Emilia e adesso mi preparo a fare la medesima cosa nel Veneto. Viene con me Domenico Porzio, e a volte sembriamo due comici di avanspettacolo: sempre le stesse battute, e sempre con l’ aria di chi le dice per la prima volta. Mi comincio a vergognare, e perciò stamani ho ricominciato col solito lavoro di tutti i giorni, per riconquistarmi la stima di me medesimo.”
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“Finirà che mi daranno uno stipendio mensile solo per fare la parte dell’ arrabbiato italiano. Anziché mandarmi via da Milano a calci nel culo, come meritavo, mi invitano a casa loro e magari vorrebbero … Ma io non mi concedo”
Ana Krunic
