L’ attacco giapponese a Pearl Harbor accadde domenica 7 dicembre ’41. Ma siccome una guerra non nasce in un bosco durante una notte umida come i funghi lasciate che vi narri la sequenza degli avvenimenti che portarono al più grande azzardo mai compiuto da essere umano fino ad oggi.
Il Giappone all’ inizio del 1900 aveva iniziato la sua lunga carriera di stato colonizzatore sconfiggendo in un epica battaglia la flotta russa e conquistando alcuni avamposti sulla terraferma a spese dei signori della guerra cinesi, in costante guerra tra loro. Al Mikado era garantita la sovranità su svariate isole del Pacifico, compresa Taiwan, sui territori conosciuti oggi come Coree, sulla penisola di Dalian e su tutte le terre comprese tra i confini territoriali mongoli e Vladivostok. Ma ciò non era abbastanza, infatti con una popolazione in forte crescita e terreni privi di grandi giacimeti di materie prime (soprattutto petrolio) il Sol Levante aveva, nel 1936 intrapreso una guerra con la Cina Nazionalista, addossandosi l’inimicizia della comunità internazionale. Gli Stati Uniti intimoriti dal potenziale su cui i giapponesi fascisti potevano mettere mano accorsero in aiuto degli allora cinesi fascisti promulgando il primo vero aiuto di guerra : il cosidetto “atto dei minatori” in nome del quale più volte inviarono nel tempo, denari, mezzi e rifornimenti a Chan Kai Shek.
Il Giappone non aveva certo obbiettivi piccoli. A suo tempo, tutte le popolazioni del Pacifico avrebbero fatto parte della cosidetta “Grande area di coprosperità dell’Asia orientale” e, nonostante l’offensiva contro la Cina si fosse ben presto impantanata in un’ inutile stallo, appena ve ne fu l’ occasione l’ impero mise a segno un’ altro colpo.
Mentre in Europa la Francia cadeva sotto la mano dei nazisti s’ aprì il dibattito internazionale sul destino delle sue colonie: alcune rimasero fedeli e combatterono a fianco di De Gaulle, altre finirono sotto l’ autorità del governo filofascista di Vichy e l’ Indocina fu da quest’ ultimo ceduto al Giappone poiché temeva potesse cadere sotto la sfera d’influenza inglese.
Ormai il pericolo Giappone non poteva più essere trascurato, e fu così che gli Stati Uniti intervennero direttamente una seconda volta presso tutti i loro alleati. Siamo ormai nel 1940 e nonostante l’ attenzione principale della politica estera americana fosse concentrata in Europa in chiave antitedesca alcune importanti iniziative furono prese anche contro il Sol Levante. Fu così che il Congresso, dopo aver promulgato la cosidetta legge “affitti e prestiti” che concedeva al Presidente il potere di fornire qualsiasi rifornimenti ad alcuni paesi, diventando così “l’arsenale della Democrazia”, impose l’embargo petrolifero all’ ormai gigante asiatico. Inoltre impedì ai mercantili del Sol Levante l’ accesso al canale di Panama.
Altri motivi d’ attrito con gli Stati Uniti era la presenza di un forte contingente militare americano nelle isole Filippine, fedeli alleate degli USA da quando questi le strapparono alla Spagna. Fu intavolata una difficile trattativa che fallì, portando alla dichiarazione di guerra, che venne correttamente formulata e consegnata a ridosso dell’ attacco a Pearl Harbor, ma che non fu tradotta per la “provvidenzale” mancanza de traduttore ufficiale e si perse tra le carte rispuntando dopo cinque ore: quando fu dato l’ allarme alla base navale di Pear Harbor il fischio delle bombe perforanti da 800 kg giapponesi l’ avevano reso più che inutile.
In effetti il solo scopo strategico dell’ attacco alla flotta americana era quello di annientare le due portaerei (Yorktown e Lexington) che allora formavano la spina dorsale della Pacific Fleet, poichè questo avrebbe garantito un periodo relativamente lungo di iniziativa via mare, allo scopo di portarsi su posizioni migliori per negoziare un fine guerra inevitabilmente avverso viste le differenze dell’ epoca tra l’ apparato industriale americano e quello giapponese. A tal proposito si pensi che alla data in questione Tokyo, la capitale del Sol Levante era una città per lo più fatta in legno.
Gli aspetti che rendono questo avvenimento il “più grande azzardo mai compiuto da essere umano fino ad oggi” sono molteplici: in primo luogo l’ estensore del piano e della sua preparazione (Isoroku Yamamoto) era osteggiato egli stesso dai gerarchi dell’ esercito, in quanto, il grado di successo dell’ operazione era esclusivamente dovuto all’ effetto sorpresa. Far percorrere decine di migliaia di km alle uniche sei portaerei dell’ impero, sotto il costante pericolo di essere avvistati da un ricognitore, rifornirle di carburante in mezzo alle nebbie, lanciarsi in un unica operazione decisiva per l’ esito della guerra che per giunta non da garanzie di riuscita. Non è certo difficile immaginare perché questo piano abbia prodotto non pochi dubbi.
“Niitaka yama Nobore” era l’ ordine in codice per l’ inizio delle operazioni:”scalate il monte Niitaka”. Cinque giorni prima della fatidica data arriva l’ ordine che spazza via ogni dubbio: i negoziati con gli americani sono falliti.
Per la prima volta gli equipaggi di navi ed aerei furono messi al corrente dell’ estremo impegno che li attendeva: all’ adunata sul ponte dell’ Akagi fu innalzata la bandiera Z dell’ ammiraglio Togo che 35 anni prima aveva sconfitto i russi e in un strano rituale venne bevuto un surrogato del suo sangue.
Le navi petroliere di supporto abbandonarono la comitiva e fecero ritorno in madrepatria mentre il resto della flotta si diresse a 24 nodi verso il punto prestabilito per l’ attacco (circa 300 km NO rispetto le Hawaii) 26° latitudine Nord e 158° longitudine Ovest.
In completo silenzio radio alle ore 5.30, i due incrociatori pesanti Tone e Chikuma catapultarono ciascuno un idrovolante, eseguendo così l’unica e ultima ricognizione aerea prima dell’attacco.
Alla prima ondata parteciparono 183 velivoli (40 Aerosiluranti, 49 Bombardieri, 51 Bombardieri in picchiata e 43 Caccia) guidati dal capitano di fregata Fuchida a cui spettò segnalare il grado di sorpresa ottenuto con il famigerato “Tora!Tora!Tora!” che corrispondeva alla migliore delle notizie per l’ ammiraglio Nagumo che guidava le operazioni dalle portaerei.
Le prime bombe caddero alle ore 7:55, tra la sorpresa generale dei militari, e dovettero passare alcuni minuti prima di rispondere efficacemente. La seconda ondata era composta da 171 velivoli e comandata dal capitano di corvetta Shigekazu Shimazaki. Il suo attacco ebbe inizio alle ore 8 e 50.L’accoglienza dalle batterie di contraerea americana procurarono notevoli perdite agli aerei giapponesi della seconda ondata. La seconda incursione abbandonò il campo alle 9:55 esattamente due ore dopo l’inizio del bombardamento, rientrati tutti gli aerei sulle portaerei la flotta ripartì verso il Giappone alle ore 13:00.
Quella mattina nella baia di Pear Harbor erano ancorate sette corazzate e innumerevoli unità minori.
La California venne colpita da almeno quattro siluri; West Virginia e Oklahoma vennero centrate da un siluro ciascuna quasi contemporaneamente, mentre l’Arizona venne colpita da due siluri, uno a prua e uno a poppa; la Nevada venne bloccata da un siluro e da tre bombe: in fiamme, devastata e con cinquanta morti, la corazzata rischiò di affondare ostruendo l’ingresso del porto; per evitare ciò, il comandante la fece incagliare.
Nel frattempo, la corazzata California, già gravemente danneggiata, venne colpita da altre due bombe, s’inclinò leggermente e affondò sui bassi fondali: i morti furono novantotto.
La West Virginia venne colpita da altri cinque siluri e completamente in fiamme affondò all’ormeggio, con 105 morti. L’Oklahoma venne colpita da almeno altri quattro siluri tutti sulla stessa fiancata e iniziò lentamente ad inclinarsi. Gradualmente lo sbandamento raggiunse i 90 gradi, mentre gli uomini a bordo cercarono di salvarsi aggrappandosi alle balaustre sul ponte oppure rimasero intrappolati in sala macchine. I morti furono 429.
La corazzata Arizona venne colpita da altre due bombe e da una terza bomba da 250 kg che perforò il ponte tra la prima e la seconda torre prodiera da 356 mm, sfondando ponti e paratie scendendo nell’interno della nave, arrestando la sua corsa solo nel deposito munizioni.
La bomba esplose facendo saltare letteralmente in aria l’Arizona. Tutto prese poi fuoco. I morti furono 1177, tra di essi l’ammiraglio Kidd e il comandante Van Valkenburgh. Dei 2403 morti di Pearl Harbor, quelli dell’ Arizona furono quasi la metà.
Le perdite giapponesi furono: 9 caccia, 15 bombardieri in picchiata e 5 aereo siluranti.
